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Mia madre da ragazza aveva avuto la grande fortuna di servire un sant’uomo, Swami Paramaguru, un grande saggio che viveva a Matale, luogo di nascita di Swamiji. Egli erano noto in tutta la regione come un uomo santo e illuminato, e voleva che fosse mia madre soltanto a preparargli il cibo. Insisteva sempre sul fatto che andava cotto secondo la tradizione, con grandissima attenzione e assoluta pulizia. Mia madre preparava sempre il cibo e glielo serviva ed era sempre soddisfatto. Swamiji vi ha già parlato della profezia che questo grande santo aveva fatto a mia madre: egli nacque come terzo figlio a mia sorella, Pushpakanthi. Fui io a prenderlo in braccio appena nacque: era il più bello di tutti i bambini. Indubbiamente quando andava a scuola era un gran birbante, ma i suoi insegnanti non potevano fare a meno di amarlo. Comunque, con grande sorpresa, venni a sapere strane storie sul suo comportamento a scuola. Era sempre lui il capoclasse e i compagni lo amavano moltissimo. Un mattino si mise di fronte alla classe e disse ai compagni: “Oggi l’insegnante non verrà a scuola perché ha mal di stomaco.” Poco dopo infatti giunse il messaggio dell’insegnante al preside che diceva che aveva mal di stomaco e non era in grado di fare lezione. Swamiji aveva annunciato l’assenza dell’insegnante prima che qualcuno sapesse della sua indisposizione. Quando la professoressa tornò a scuola, interrogò Swamiji sulla faccenda ed egli ammise: “Non so perché l’ho detto, ma qualcosa mi ha spinto a dirlo. Mi sono sorpreso anch’io nel constatare che quello che dicevo accadeva sul serio.” Seppi poi che materializzava cioccolatini, dolcetti, canditi ed altre piccole cose per i suoi molti amici. Queste storie non mi preoccupavano perché sapevo che era un birbante. Alcuni anni dopo Swamiji smise d’indossare calzoni e camicia come gli altri ragazzi e cominciò a mettersi il dhoti e il jibba (un telo lungo drappeggiato lungo la vita, ed un telo più piccolo sulle spalle) che gli dava l’aspetto di un sacerdote. Le persone del posto presero a chiamarlo Ravi Swami. Si diceva che materializzasse la vibhuti, il kumkum, l’olio di sandalo ed oggetti religiosi per aiutare la gente che aveva dei problemi. Personalmente pensavo che sarebbe diventato uno swami. In quel periodo in Sri Lanka c’era solo un gruppetto sparuto di swami indù (a parte la missione di Ramakrishna) la maggior parte dei quali non venivano considerati uomini religiosi per natura. All’epoca la gente li guardava dall’alto in basso pensando che venivano da famiglie poverissime e che avevano preso i voti solo per guadagnarsi da vivere. La nostra era una famiglia rispettabile e benestante e pensai che diventare uno swami sarebbe stato per lui farsi guardare dall’alto in basso. Purtroppo avevo un posto rispettabilissimo e di grande responsabilità al servizio dello Stato e spesso accadeva che gli amici mi prendessero in giro dicendo: “quello swami di nipote che hai”, una cosa che m’irritava. Di conseguenza gli dissi di smetterla con quelle stupidaggini e che avrebbe portato in disgrazia la nostra famiglia. I miei sforzi comunque non approdavano a nulla. Da ragazzo mi aveva sempre portato grande rispetto e aveva ascoltato il mio parere, per cui ero impressionato e sconvolto nello scoprire che la sua obbedienza si era trasformata in sordità ai miei consigli. Mia madre però lo proteggeva moltissimo e non potevo spingermi fino a punirlo. Mia madre ed io avevamo frequenti discussioni su Swamiji e così chiesi di essere trasferito a Colombo, a 100 miglia di distanza da Matale, per uscire da quella situazione. Ma anche così lontano da Matale ricevevo spesso informazioni su Swamiji! Tutte le persone che mi parlavano di lui lo facevano in termini positivi, dicendomi che era quasi “sovrumano”. Alcuni miei buoni amici pensavano che io fossi esiliato in un paradiso d’orgoglio perché non riconoscevo Swami, che ormai aveva guadagnato a Matale il rispetto di tutti. Non feci caso a quei commenti.
Nei venticinque anni tra il 1958 e il 1983, ebbi diversi tracolli finanziari e persi molte proprietà. Durante le tensioni etniche del 1977 mi bruciarono la casa: accettai tutto come volontà d Dio, ma mia moglie Saraswathy non poté reggere quegli sconvolgimenti continui e si ammalò. Nel 1981 le venne un colpo apoplettico, che mi fece capire come la vita di società e l’orgoglio per il proprio stato sociale non portassero alla felicità. Mi accorsi che queste cose erano folli, passeggere, e cominciammo a preoccuparci per il futuro di nostro figlio. In quel periodo incominciai a frequentare di più Swamiji, in cerca di un po’ di pace mentale. Benché avessi poca fede, mia moglie e mio figlio erano suoi convinti devoti e invariabilmente li rimbrottavo quando li vedevo tornare dagli incontri di preghiera e di canto di bhajan. Ad ogni modo non potevo impedire loro di essere devoti e non interferii con il loro credo in Swamiji. Fu in quel periodo che Swamiji predisse che in futuro l’avrei servito nel suo Ashram come attivo devoto. Era un’asserzione senza mezzi termini e sembrava molto sicuro del suo dire. Prima delle sommosse del 1983, ero molto preoccupato. Saraswathy era paralizzata e mio figlio Ashokan aveva appena terminato gli esami finali a scuola. Desideravo che proseguisse gli studi e contattai Swami per discutere di questi problemi. Gli chiesi se dovessi restare in Sri Lanka, e con mia sorpresa disse che ben presto mi sarei trovato davanti a problemi etnici drastici nello Sri Lanka, che avrebbero sconvolto la vita a qualsiasi tamil. Swamiji disse che stava pensando di andare in India e io decisi di fare come lui. Fu soprattutto per le condizioni di salute piuttosto critiche di mia moglie che presi questa decisione. Un mese dopo Swamiji mi telefonò per dirmi che ben presto sarebbe andato in India. Ci andai anch’io, portando con me mia moglie malata e mio figlio. Fu un periodo di transizione nella mia vita e mi arresi a Swamiji, non come uno zio, ma finalmente come un vero devoto. Da quel giorno in poi accettai il fatto che egli fosse un grande santo, un essere sovrumano. Ne ebbi prove in seguito, giacché egli introdusse un cambiamento miracoloso nella vita di mia moglie. Da sei mesi stava a letto, incapace di muoversi; eravamo partiti per l’India e qui avevamo trovato casa insieme a Swamiji, che riuscì a farla camminare di nuovo, sicché riprese a fare i lavori di casa e ad essere indipendente. Tutti ci recammo a Rameshwaram (un famoso tempio dedicato a Rama) sulla costa. Che gioia avevo in cuore nel vederla camminare accanto a Swamiji, visitando tutti quegli antichi luoghi, in quel posto santo e famoso. Camminò per più di due chilometri! Questo rinforzò ancora la mia fede in Swamiji. Otto mesi più tardi Swamiji mi disse che i giorni di Saraswathy erano contati e che sebbene avesse un ottimo aspetto non avrebbe vissuto al lungo. Mi avvertì che ben presto avrei dovuto far fronte a questo drastico cambiamento nella mia vita e che avrei dovuto sopportare con coraggio il trapasso di mia moglie. Credo che, se ce la feci, fu soltanto grazie a lui. Saraswathy disse a Swamiji: “Vorrei essere sollevata dalle mie sofferenze.” Swamiji materializzò per lei una statua di Ganapati e disse che sarebbe stata sollevata dalle sue sofferenze entro 48 giorni. Swamiji fece una breve visita in Sri Lanka e in quel periodo mia moglie ebbe un gravissimo quanto improvviso attacco di cuore. Ricordai il gentile avvertimento di Swamiji, che mi aveva detto quanto poco tempo le restasse da vivere. Richiamai immediatamente in India mio figlio Ashokan (all’epoca lavorava in Sri Lanka). Riuscì a restare dieci giorni con sua madre. Due giorni prima che morisse, Swamiji mi telefonò dallo Sri Lanka ricordandomi quanto aveva predetto. Precisamente nel quarantottesimo giorno dopo che egli le aveva dato la statua, mia moglie morì. Swamiji tornò immediatamente in India per assistere ai riti funebri a Trichy. Ashokan ed io eravamo stravolti dal dolore; fu Swamiji a dirigere ogni cosa; trovò il modo di mandare Ashokan in Inghilterra perché continuasse gli studi, secondo le nostre tradizioni, lo fidanzò con la figlia di un fedele devoto. Swamiji si fece carico di tutti i miei problemi e li risolse velocemente, come se fossero stati i suoi. Sebbene Swamiji avesse avuto uno zio di nome Mylvaganam, nessuno per molto tempo lo aveva saputo a causa della mia indifferenza e della mia mancanza di fede; oggi i devoti mi considerano come lo zio i tutti, “Mama” (zio). Mi hanno dato questo nome perché sono lo zio di Swamiji, il quale continua a chiamarmi Mama. Ho avuto la benedizione di vivere nel suo santo Ashram, al suo servizio, alle sue attività fino a quei giorni in cui fatalmente siamo stati arrestati in base a falsi capi d’imputazione. Oggi viviamo con una speranza di vedere il giorno in cui Swamiji camminerà libero su questa terra e tutti sapranno della sua innocenza. Possa vincere la Verità.
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